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CATTOLICI E LAICI NEL DIBATTITO BIOETICO : DISTINZIONE INGANNEVOLE ?

Gianluigi Zeppetella

Il cosiddetto “caso Englaro”, da poco definitivamente segnato dalla morte di Eluana,  effetto dell’applicazione di una sentenza della Corte d’Appello del Tribunale di Milano che determinava la necessità di porre in essere un protocollo di interruzione dell’alimentazione/idratazione, è, in ordine di tempo, solo l’ultimo, bruciante accadimento   che ripropone l’annosa questione -non solo italiana- che possa esservi una visione laica  piuttosto che cattolica riguardo alla vita e al morire.
Fino a non molti anni fa il termine ‘laico’, quando riferito al mondo della cultura, era sinonimo di non credente o non religioso (che non significa di necessità antireligioso). Questo significato, praticamente scomparso nel linguaggio cosiddetto ‘dotto’, tende a permanere, più o meno immutato, nel linguaggio ordinario.
Oggi tutti si dichiarano laici e per designare quelli che un tempo venivano definiti tali, molti usano, con un sottinteso polemico, il termine laicista, il quale fa riferimento a una laicità fortemente antireligiosa (Paolo Rossi).
Sui temi della bioetica, infatti, non c’è argomento, dalla fecondazione assistita all’aborto, dalla ricerca sugli embrioni e sulle cellule staminali alla pillola RU486, dall’accanimento terapeutico all’abbandono e all’eutanasia, sul quale il pubblico dibattito, nella sua rappresentazione massmediologica e politica, non si sia finora espresso, più o meno dichiaratamente, in termini di conflitto tra laici e cattolici.            
I primi, secondo un’autorappresentazione piuttosto consunta, si identificano come coloro che, in ambito bioetico, sono portatori di una visione liberale (libertaria?) e garantista (ultragarantista?); essi sono, nel migliore dei casi, indifferenti -ma più spesso infastiditi e contrari-  alle opinioni della Chiesa Cattolica, talora vocati ad assumere marcati atteggiamenti anticlericali. Anzi, nei loro confronti, la bioetica ha finito per porsi come una cartina al tornasole della consistenza e della capacità espositiva della laicità.
I secondi, cattolici appunto, religiosi e non, si vedono descrivere come coloro che sono favorevoli a posizioni repressive e proibizioniste, propugnatori dunque di una legislazione appiattita sui pronunciamenti della CEI, sui dettami della Chiesa di Roma, e dunque con una posizione ineluttabilmente oscurantista, in quanto la bioetica di tale provenienza sarebbe elaborata, sia in senso storiografico sia in senso umorale, come scaturigine di documenti pubblici del Magistero (particolarmente le encicliche Veritatis Splendor ed Evangelium Vitae) o di ricercatori in consonanza con esso.
La politica e i media, dunque, tendono da tempo a presentare -di fatto- le due “realtà” come contrapposte, alternative e inconciliabili, includendo surrettiziamente un giudizio di merito  che traspare dalle aggettivazioni dedicate alle relative posizioni, per effetto del quale l’una, quella laica, illuminata dalla ragione e ispirata a principi di libertà, supera l’altra, confessionale, illiberale e rivolta al passato.
Questa categorizzazione oltre a non corrispondere -nei fatti- alla nostra realtà sociale, esprime un rilevante errore semantico che assegna ai termini “laico” e “cattolico” due significati opposti, configgenti e dunque inconciliabili.
Perfino il rappresentare come moderate le posizioni che invitano a rilanciare il dialogo tra laici e cattolici come se si trattasse di gruppi sociali ben distinti ed identificabili, rappresenta, in sostanza, un equivoco che nasce dall’azione combinata sia della maggior parte dei media, che per esigenze di semplificazione tendono a ridurre il significato di questi due termini, sia di alcuni politici (e i relativi  intellettuali di riferimento) come i  teo-dem e i teo-con i quali, trasversali agli attuali schieramenti, sembrano volersi fare portavoce di una nuova ideologia legata all’identità cristiana.
Ciò, a fronte di esortazioni provenienti dalla stessa chiesa cattolica (CEI, Cardinale Tettamanzi) a essere riconoscibili quali cristiani per le opere piuttosto che per le pubbliche professioni di fede.
Analogo contributo proviene dall’area cosiddetta laica (Giulio Giorello, Flores D’Arcais, Eugenio Scalfari e molti altri) che, nel professare un convinto ateismo o un indifferente agnosticismo, sembrano convinti che la Chiesa cattolica e le religioni più in generale debbano rimanere escluse dalla vita pubblica, confinate in una privatezza senza voce perfino nelle delicate questioni della bioetica e dell’etica di fine vita in particolare, a dispetto dell’interesse, delle ansie e dei timori che animano il pubblico e civile dibattito ormai da anni.
Eppure, molti contributi autorevoli si sono assommati a  smentire o almeno ridimensionare il grave equivoco semantico e culturale in oggetto, tanto più grave, perchè capace di influenzare le identità ideali cui si richiamano le persone.
Claudio Magris sul Corriere della Sera in un editoriale del gennaio 2008 affermacheil termine “laico” non si configura affatto come l’opposto di “cattolico” o di “credente”, non indicando di per sé né un credente né un agnostico né un ateo.La laicità (meglio di laicismo) è abito mentale, capacità cioè di distinguere quello che è dimostrabile razionalmente da ciò che può essere solo oggetto di fede e di individuare gli ambiti delle diverse competenze: ciò che spetta allo Stato e ciò che spetta alla Chiesa, ciò che compete alla legge e ciò che riguarda  la morale.
Ognuno tende a proporre una sua verità e tutto dipende da come ciascuno presenta la sua  visione delle cose; è un laico se sa farlo mettendosi in gioco, distinguendo ciò che deriva da dimostrazione o da esperienza verificabile da ciò che è invece solo ipotesi o illazione, ancorché convincente, dichiarando a priori le sue convinzioni scientifiche e filosofiche, affinché gli altri sappiano che forse esse possono influenzare pure inconsciamente la sua ricerca, anche se egli onestamente fa di tutto per evitarlo. Mettere sul tavolo, con questo spirito, un'esperienza e una riflessione teologica può essere un grande arricchimento. Se, invece, si affermano arrogantemente verità date una volta per tutte, si è intolleranti totalitari, clericali (Max Weber).
A tale riguardo, anche Norberto Bobbio affermò che: “la laicità non coincide con alcuna filosofia o ideologia ma è l’attitudine critica ad articolare le proprie convinzioni secondo regole e principi logici che non possono essere condizionati, nella loro coerenza, da alcuna fede religiosa o politica, senza cadere in un pasticcio oscurantista (…). Tante volte politici anticlericali si sono rivelati faziosi e intolleranti come i sanfedisti e dunque niente affatto laici, perché laicità significa innanzitutto tolleranza, dubbio rivolto  alle proprie certezze, autoironia, demistificazione di tutti gli idoli, anche i propri. Un laico -credente o no- dinnanzi alla formulazione di una legge non deve essere condizionato da alcuna Chiesa, né positivamente né negativamente”.
In tal modo, autorevolmente, si argomenta su come la laicità non sia un credo filosofico specifico, ma piuttosto la vocazione e la capacità di riconoscere le diverse aree di competenza, giungendo a distinguere le pertinenze della Chiesa da ciò che spetta allo Stato, la norma morale dalla norma giuridica, quanto è oggetto di fede da ciò che è oggetto di discussione. Se laico è dunque il libero esercizio del pensiero, il dubbio metodico, il rigore critico anche verso se stessi e le proprie convinzioni, allora tutta la cultura è laica, anche quella cattolica  (C. Magris).
Il fatto è che oggi spesso chi si sente “laico” tende a provare fastidio e a ricusare preventivamente qualsiasi voce critica o richiamo alla coscienza proveniente dalle gerarchie cattoliche sulle grandi questioni che la bioetica e, segnatamente, l’etica di fine vita pongono anche senza richiamarsi alla legge, mentre talvolta da posizioni cosiddette “confessionali” ci si orienta ad accettare acriticamente le indicazioni che provengono dalla CEI e a volerle tradurre in “leggi”, tanto da far coincidere il peccato con il  reato.
Il linguaggio (quello scritto non fa eccezione, anzi) rappresenta un potente veicolo del pensiero da cui riesce a distaccarsi in modo sottile o netto enfatizzando, sottolineando, ammiccando o diventando allusivo, al punto di dire e intendere il contrario, promettere, negando, affermare, smentendo. Le parole possono, come è noto, essere pietre e nella contesa storica tra mentalità laica e cattolica la verità è rimasta spesso sommersa sotto cumuli di sassi, appunto.
Affermazioni -assai spesso condivise nel mondo scientifico-  come “.. non vi è dubbio che  l’attacco più consistente alla scienza, negli ultimi anni, la Chiesa l’ha portato aizzando un esercito di bioeticisti confessionali contro gli sviluppi delle ricerche e delle tecnologie della medicina riproduttiva e dell’ingegneria cellulare” (G. Corbellini), non rendono agevole il compito di chi, necessitato da esigenze pratiche oltre che da buoni propositi, si sforzi di ricercare il clima giusto per una composizione delle contese. E tuttavia nello stesso testo, dallo stesso autore, ci perviene, seppure amaro, un elemento di speranza, quando si legge che “dovremo forse attendere che una nuova generazione di teologi recuperi quel buonsenso e realismo che a sprazzi e molto raramente, nel passato, la Chiesa Cattolica è persino riuscita a manifestare”.
In realtà anche in Italia, come nel resto d’Europa, dal dopoguerra in avanti ci si è “liberati”  con lenta progressione di quella cultura cattolica tradizionale che appariva non più accettabile, pur senza essere capaci di diventare “laici” nel senso vero del termine. Nel nostro Paese, infatti,       il dibattito bioetico non ha ancora contribuito a gettare un ponte tra scienza e società;  l’individualismo della comunità scientifica e il suo scarso impatto politico-culturale hanno mantenuto in vita, di fatto, un sentimento di timore e diffidenza verso la scienza e gli scienziati. Destrutturazione culturale e superficialità della politica sostengono, nel contempo, la suscettibilità dei cittadini a farsi condizionare nella formazione delle opinioni e a farsi  orientare nelle scelte. Di volta in volta i media, i movimenti, le lobby o le corporazioni ci suggeriscono cosa pensare o fare, indicando la via da percorrere.
Dal 1974, dopo i primi pronunciamenti dell’Università di Georgetown, Washington, D.C. (Georgetown Principles), si fa strada la tesi che la bioetica sia nata per “proteggere l’umanità dalla scienza”, esplicitamente sostenuta dai principali esponenti della bioetica cattolica italiana. Bioetica come disciplina difensiva, quindi, nata con il compito di salvaguardare l’umanità da un improprio utilizzo di nuove tecnologie, il che rende conto di quanto il mondo della cultura sia stato sospinto ad assumere posizioni integrali, a difesa dell’avanzare del progresso scientifico   e delle consapevolezze circa il diritto dell’uomo all’autodeterminazione. Per contro, è possibile trasversalmente condividere la riflessione secondo cui “la scienza come forma di conoscenza controllata e continuamente rielaborata attraverso un metodo trasparente e socialmente aperto non rappresenta affatto un pericolo per l’uomo” (G. Corbellini).
Eppure, a dispetto di ciò, si rende progressivamente evidente l’affiorare di una nuova sensibilità non acritica verso i temi della fede. C’è chi descrive questo particolare e interessante fenomeno come “believing without  belonging  -credenza senza appartenenza-  il che non significa (ad esempio) disconoscimento della propria cristianità, ma piuttosto un rifiuto di quelle prescrizioni accattate soltanto per obbedienza. Quanto più viene legalmente facilitata la rottura della famiglia, tanto più si è ripreso a percepirne la responsabilità e il valore. Quanto più viene facilitato l’aborto, tanto più si avverte che l’interruzione di gravidanza è una scelta profondamente tragica” (G. Amato).
Un’analoga categorizzazione applicata ai temi della fecondazione medicalmente assistita, alla ricerca sugli embrioni, all’eutanasia, individuerebbe ineluttabilmente due posizioni ideologiche contrapposte: i cinici, indifferenti agli scottanti temi della bioetica, e i fedelissimi della parte più conservatrice e dogmatica della Chiesa cattolica.
Oggi nuove questioni ci interrogano, come lo ‘statuto ontologico dell’embrione umano’ ormai disponibile al di fuori del corpo della donna e della madre; il tema della famiglia naturale o tradizionale a fronte dei nuovi modelli di convivenza che il mondo propone; i rischi di disumanizzazione che un’applicazione acritica della tecnologia alla riproduzione umana o alla vita in una fase terminale o sottoposta a gravi sofferenze comporta.
Su tali temi sempre più estesamente indaga una moltitudine di “libere” coscienze, a prescindere dall’appartenenza politica e religiosa, in un’ottica del tutto e nobilmente “laica”.
Ciò ci induce a non abbandonarci unicamente all’interazione scienza/mercato (Habermas) nella definizione delle regole e dei limiti dell’applicazione delle tecnologie, per esempio, alla riproduzione umana. Occorre infatti promuovere una doverosa assunzione di responsabilità da parte della politica che, recuperando un più autentico ruolo di rappresentanza, esprima nel parlamento, sede istituzionale di dibattito e legislazione, il frutto di quanto verificato, ascoltato e raccolto nel Paese, senza sentirsi in obbligo di rinnegare le sue profonde radici cristiane, ma sfuggendo alla tentazione di farle diventare l’unico codice di lettura per i cittadini.
L’agnostico e neomarxista della scuola di Francoforte Jürgen Habermas afferma infatti che la laicità dello Stato si esprime utilizzando prudentemente tutte le risorse in grado di alimentare la sensibilità morale dei suoi cittadini. Questo autore è sembrato essere, in difesa dei diritti dell’uomo, vicino alle posizioni cattoliche, in quanto ebbe modo di affermare che “l’autostrumentalizzazione che l’uomo intraprende a partire dai fondamenti biologici della sua esistenza” conduce “all’erosione del senso categorico degli imperativi morali”.  
Queste considerazioni non riflettono, per fortuna, le opinioni di pochi, sebbene una quota significativa di cittadini, quali individui o come appartenenti a definiti gruppi sociali, tenda a considerare ancora i termini “laico” e “cattolico” come inconciliabili e a identificarsi nell’uno o nell’altro.
Alcuni esponenti politici, inoltre, sembrano voler sostituire la perdita di significato delle appartenenze ideologiche o di classe del passato con la scelta di nuovi orientamenti che strumentalizzano lafede nella lotta e nel dibattito politico-culturale odierno. Indagini demoscopiche recenti convergono nel mostrare che una maggioranza di cittadini italiani dichiara nel corso dell’intervista che per definirsi “cattolici” non è necessario seguire acriticamente i dettami morali della Chiesa. Nonostante ciò, i sondaggi maggioritariamente esprimono un orientamento favorevole al fatto che la Chiesa Cattolica conduca le sue battaglie etico-morali anche nell’agone politico.
Da tutto quanto detto si ricava chiaramente che un laico può benissimo essere anche cattolico ed un cattolico può benissimo essere un laico.
Arthur Caplan, direttore del centro di etica biomedica dell'università del Minnesota, annoverabile tra i più noti bioeticisti statunitensi, lamenta che «la bioetica gode di molta autorità, ma non ha alcun potere effettivo», mentre Albert Jonsen, protagonista della bioetica negli Stati Uniti e autore di una delle migliori ricostruzioni storiche sulle origini della bioetica,   si è chiesto recentemente «why has bioethics become so boring?» Perché la bioetica è diventata      così noiosa ? Secondo Jonsen  la bioetica avrebbe smarrito gli stimoli intellettuali e il coraggio morale delle prime battaglie contro il paternalismo medico e in difesa del riconoscimento dell’autonomia decisionale dei pazienti, ovvero si sarebbe troppo addomesticata, diventando una disciplina autoreferenziale e concentrata sulle realtà dei singoli Paesi (provincializzazione della bioetica).
Non sarebbe inoltre così insensato promuovere anche in Italia, sul modello anglosassone, delle consensus conferences aperte e multiculturali, in cui mettere a confronto istanze politico-istituzionali e il mondo della ricerca scientifica e bioetica su temi definiti e non generici; parallelamente è possibile, anzi doveroso, stimolare il pubblico dibattito sul tema dei diritti dell’uomo e la biomedicina, in ossequio alla Convenzione di Oviedo (art. 28) all’evidente scopo di aggiornare le idee e “costringere” tutti al confronto con la realtà.
Ragionando a partire da bisogni reali e dati concreti si potrebbero eludere molte delle difficoltà su cui si sono costantemente arenati i tentativi di dialogo tra laici e credenti sui temi della bioetica. Il rischio di restare fermi, intrappolati in sterili ed autoreferenziali diatribe ideologiche, è grande. Nel frattempo i cittadini, incalzati da problemi reali e condizionati da un’informazione confusa e carente (analfabetismo scientifico), si sono costruiti giudizi morali definiti e spesso non pertinenti, su diverse questioni. Sembra dunque urgente una riflessione sulla possibilità di deriva della bioetica italiana, che alimentandosi di una serie di equivoci culturali e di rigide contrapposizioni, non sembra in grado di svolgere appieno la propria funzione di riflessione interdisciplinare sulle dimensioni morali della ricerca biomedica, della pratica clinica e più in generale sui conflitti tra valori etici, norme giuridiche e aspettative sociali intorno alla vita, alla morte e alla malattia.
A conclusione, assai propizia appare la citazione del Cardinale Carlo Maria Martini: “.. non serviranno tanto i divieti e i no, soprattutto se prematuri, anche se bisognerà qualche volta saperli dire, ma servirà soprattutto una formazione della mente e del cuore a rispettare, amare e servire la dignità della persona in ogni sua manifestazione..”.

04/03/2009
Gianluigi Zeppetella, Direttore U.O.C. di Fisiopatologia del dolore e cure palliative, A.O. “Sant’Anna e San Sebastiano” di Caserta;  Coordinatore Regionale della Società Italiana Cure Palliative - SICP; Presidente della Consulta regionale campana per la bioetica in cure palliative.

 

 

RIFERIMENTI:

Corte d’Appello, prima sez. civile Tribunale di Milano, Sentenza 25 giugno 2008;
Rossi P., I valori forti del laico, Il Sole 24 Ore del 30 marzo 2008;
Tettamanzi D., Convegno ecclesiale di Verona, ottobre 2006;
Magris C., Editoriale del Corriere della Sera, 20 gennaio 2008;
Corbellini G., Italialaica – Giornale dei laici italiani, Il perenne attacco alla scienza, 14/05/2005;
Volonté P.  , Razionalità e responsabilità. La fondazione etica dell'epistemologia delle scienze sociali in Max Weber, Rubbettino, 2001;
Bobbio N., Intervista a Giulio Nascimbeni, Corriere della Sera, 8 maggio 1981;
Bobbio N. , Elogio della mitezza, NET, Nuove Pratiche editrice, 2006;
Corbellini G., G.E. Rusconi, G. Giorello et al, Laicità, una geografia delle nostre radici, Einaudi, 2006;
Amato G. , Alla ricerca di un’etica tra religione e modernità, Corriere della Sera, 7 febbraio 2006;
Habermas J., Il futuro della natura umana, Einaudi, Torino 2002;
Habermas J., Tra scienza e fede, Laterza, Roma- Bari, 2006;
Jonsen A., The birth of bioethics, Oxford University Press, Oxford, 1998;
Jonsen A., Why has bioethics become so boring?, Journal of Medicine and Philosophy, 2000;
Convenzione di Oviedo, Consiglio d’Europa, Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina, 1997;
Martini C. M., Quando inizia una vita? Risponde il cardinale Martini; l’Espresso, n° 16, 2006.